IN RETE IL NUOVO SITO DEL COMITATO FESTE: WWW:RAVELLOINFESTA.IT

E' in rete il nuovo sito del Comitato Feste di Ravello: www.ravelloinfesta.it

Il nuovo portale dedicato alla Festa di San Pantaleone M. e M. Patrono di Ravello.

Un evento straordinario di Fede, Tradizione, Cultura.

A breve seguirà uno speciale.

FESTA DELLA TRASLAZIONE: CRONACA

Il 17 maggio u.s. la comunità ecclesiale di Ravello si è riunita nella sua chiesa cattedrale, “mater ecclesia”, cuore pulsante della città, per celebrare la festa di “San Pantaleone di maggio”, istituita nel 1695 dal vescovo Luigi Capuano in ricordo della Traslazione del sangue del santo nella cappella dedicata al martire di Bitinia. 
Le celebrazioni hanno avuto inizio con la solenne esposizione della statua argentea del martire di Nicomedia, avvenuta la sera precedente, alla presenza della Commissione per le feste, presieduta dal presidente delegato prof. Mario Palumbo.
Il mattino è stato salutato dal gioioso concerto delle campane che, unito allo sparo dei colpi in scala, ha diffuso per le contrade un’aria di festa mentre la banda musicale “Città di Minori” ha allietato le vie del paese con l’esecuzione di marce sinfoniche, dolci richiami che accendono la magia di una tradizione secolare. Lo splendido salotto di Piazza Duomo ha ancora una volta offerto uno splendido colpo d’occhio in grado di ricalcare fedelmente quel clichè ereditato dalla tradizione che ha il sapore dei ricordi e il colore delle bancarelle di palloncini variopinti. Le messe comunitarie hanno scandito il giorno festivo richiamando nella numerosi fedeli anche dai paesi vicini.
“Nella terza domenica di maggio c'è a Ravello la consuetudine di festeggiare la traslazione del sangue di San Pantaleone portando la statua per la sola via che mena a Santa Chiara. In tal giorno vi è concorso di popolo devoto e si dà importanza alla festa con una fiera commerciale”, si legge, in una lettera del 1940 conservata presso l’Archivio del Duomo. Piace immaginare il grandioso affresco popolare offerto in quegli anni dalla “Fiera di San Pantaleone” dal carattere spiccatamente rurale, dove ci si ritrovava tradizionalmente per provvedere all’acquisto di quanto serviva per le attività legate all’agricoltura e all’allevamento. Oggi il mercatino festivo, privo del fascino di un’ epoca ormai lontana e seppur ridotto a pochi banchi, costituisce ancora una sosta obbligata per quanti vogliono vivere appieno gli aspetti tradizionali della festività. 
A sera la solenne processione, seguita dalla messa vespertina, ha visto poi la partecipazione delle autorità civili e religiose e di tutte le realtà associative parrocchiali mentre al termine delle funzione religiose uno spettacolo pirotecnico ha illuminato il cielo della città con bagliori multicolori che hanno suggellato il giorno festivo.
La festa di “San Pantaleone di Maggio”, dove fede, storia, tradizione si intrecciano in modo indissolubile, costituisce una preziosa occasione che ci aiuta a riflettere sull’esempio di un giovane e coraggioso testimone di vita evangelica, per riscoprire una fede limpida e radicale in Gesù Cristo, al fine di operare, a livello individuale e comunitario, un rinnovamento spirituale. Un’esortazione ad attingere più abbondantemente ai tesori della misericordia donati dal Signore alla sua mistica sposa, la Chiesa, e a rispondere alla voce di Dio che chiede un profondo cambiamento nella nostra vita. A questo invito Pantaleone ha saputo rispondere pienamente e, scoperte le ineffabili bellezze della religione cristiana, è diventato un uomo nuovo testimoniando con generosità il Verbo Divino fino alla somma prova del martirio. Da qui possiamo e dobbiamo ripartire per raccogliere l’eredità della croce alla luce della Pasqua, di chi sacrificato più non muore, tesoro eccelso per noi stessi, per la nostra comunità, per il mondo. Avremo onorato nel migliore dei modi il nostro medico celeste che dall’alto ci assiste e ci benedice.

LA FESTA DELLA TRASLAZIONE


Il 17 maggio p.v. la nostra comunità ecclesiale celebrerà la Traslazione della reliquia del sangue di San Pantaleone, trasferita nel corso del XVII secolo dall’antico altare alla cappella “nuova”, costruita là dove erano l’altare del SS. Crocifisso e quello del Presepe. “Il sangue del glorioso martire San Pantaleone si conserva in una grande ampolla in vetro fermata da una custodia di argento antico. Il quale sangue miracolosamente si scioglie dai primi vespri della festa e rimane così per tutta l’ottava sino al tramonto di alcuni giorni dopo”, si legge nella visita pastorale di mons. Paolo Fusco, iniziata il 16 settembre 1577. La reliquia era custodita a sinistra dell’altare maggiore, in un posto chiamato “finestra”, scomodo, pericoloso e non certo dignitoso, munito di un cancello in ferro con quattro chiavi, sotto il quale era un piccolo altare dedicato al martire.
Vi si accedeva mediante una scala “portatile non senza grande ed evidente pericolo sia nell’ascendere che nel discendere, massimamente per il sangue di S.Pantaleone Mart. che, conservandosi in un vaso di vetro, facilmente può rompersi e riversarsi” come riferisce mons. Francesco Bennio il 10 giugno 1604. Il prelato invitò, pertanto, a realizzare una scala “in fabbrica” o, in alternativa, a deporre l’ampolla in un luogo più sicuro ed ordinò che ogni cinque anni la reliquia fosse portata in processione. Nel 1617 mons. Michele Bonsio ordinò che il sangue fosse custodito in un luogo più sicuro e meno alto, quindi, nel 1632, fu stipulato il contratto con i maestri marmorari che avrebbero ultimato i lavori nel giugno dell’anno seguente. In occasione del sinodo diocesano del 1695 mons. Luigi Capuano, patrizio napoletano di origini amalfitane, stabilì che fosse celebrata nella terza domenica di maggio la festa della traslazione delle reliquie con rito doppio. Il sangue e le altre sacre reliquie, esposti alla pubblica venerazione, furono portati in processione per la città “continuo campanarum sonitu”, col suono continuo delle campane, per poi essere deposti nella cappella arricchita da nuovi ornati marmorei. In quegli anni dovette essere apposta all’ingresso della cappella la grande cancellata in ferro battuto recante lo stemma del prelato. Per volere di mons. Giuseppe Maria Perrimezzi, durante l’esposizione e la processione, l’ampolla doveva trovarsi tra due “luminari di cera” portati da due chierici mentre un sacerdote,o, “raramente”, un magnate, aveva il compito di far vedere il sangue per mezzo di una candela posta in cima ad un’asta. Va notato, inoltre, come il miracolo sia avvenuto eccezionalmente anche in occasione della festa della traslazione: nelle ore pomeridiane del 21 maggio 1922, infatti, si verificò la liquefazione “a metà” del prezioso sangue, perdurata fino al giorno dell’ottava, con “grande movimento nel Capitolo e nel popolo”, che colse in quel segno straordinario una visibile approvazione data dal patrono alla luce elettrica “inaugurata in questa basilica il giorno 21”. Sorprende, purtroppo, come le origini di questa festa siano state ben presto travisate dai fedeli. Non a caso il canonico don Luigi Mansi, autore della “Ravello Sacra- Monumentale”, apparsa nel 1887, oltre a ricordare l’istituzione della festa del patrocinio (Lunedì in albis), avvenuta nel 1883, sentì il dovere di precisare le origini autentiche della celebrazione di maggio, riferite “malamente” alla traslazione dell’ampolla dal Convento di San Trifone. Recuperare il messaggio storico e religioso nella sua autenticità costituisce il primo passo per celebrare in modo adeguato questa ricorrenza, in comunione con quella “Civitas Ravelli”, oggi così lontana, che quattro secoli fa affidava al “suono continuo delle campane” un messaggio di gioia, di onore, di lode alla Trinità e al suo santo patrono.

Lo storico incontro nel "piccolo Quirinale" di Ravello


L’idea della Luogotenenza, progetto intermedio tra la permanenza di Vittorio Emanuele III sul trono e la sua abdicazione, nacque nella ristrettissima cerchia di tre personalità, Enrico De Nicola, Carlo Sforza e Benedetto Croce, come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell'inaugurazione della restaurata Villa De Nicola. Il principe Umberto avrebbe esercitato le prerogative di capo dello Stato senza tuttavia possedere la dignità di re, che restava in capo a Vittorio Emanuele III. Si trattava dell’unico compromesso possibile: i capi dei partiti antifascisti, infatti, avrebbero preferito l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia al trono da parte di Umberto e la nomina immediata di un reggente civile. Benedetto Croce, grande estimatore dell’ingegno giuridico di Enrico De Nicola, aderì a quella proposta non scevro da perplessità in quanto temeva che proprio l'istituto della Luogotenenza potesse facilitare la fine della Monarchia e l'avvento della Repubblica. “L’incontro di Ravello” tra il sovrano e il giurista napoletano si svolse nella straordinaria cornice di Palazzo Episcopio, il piccolo “Quirinale di Ravello”, dimora del sovrano, dove ancora riecheggiavano i lontani fasti del vescovado ravellese e le suggestioni dei luoghi wagneriani. Il re, perplesso, ascoltò in silenzio il giurista napoletano fino a quando non fu associato al colloquio il Ministro della Real Casa, il conte Pietro d'Acquarone, gentiluomo di Palazzo di Sua Maestà la Regina. Alla fine Vittorio Emanuele III accettò la soluzione e si piegò alla ferma volontà di De Nicola che, tra l'altro, rivolgendosi al ministro, era stato molto esplicito nel sottolineare l'esiguità delle alternative percorribili. Ma il rigido inverno ravellese non risparmiò quello storico incontro, obbligando De Nicola a trascorrere la notte a Palazzo Episcopio per le pessime condizioni del tempo, che sconsigliavano di intraprendere il tortuoso cammino di ritorno alla volta di Torre del Greco. Si cenò, quindi, "a lume di candela mentre fuori soffiava un triste vento" in una sala illuminata a sprazzi dai tizzoni ardenti del camino. La mattina dopo, De Nicola si congedava dal sovrano, in attesa della risposta ufficiale, che sarebbe giunta la sera del giorno seguente a Torre del Greco: una pagina importante nella storia d’Italia era stata scritta.